Kitano, il clown con la pistola

Takeshi Kitano

La sua prima esperienza artistica risale al 1973 al Francais, un locale di spogliarello di Asakusa, un quartiere di Tokyo.
Kitano si afferma negli anni Settanta e Ottanta nei ruoli di attore comico, polemico intrattenitore televisivo, scrittore, diventando uno dei personaggi più popolari del mondo dello spettacolo giapponese.
Il suo debutto al cinema avviene per conto di una major, la Shochiku, ma da cui si renderà presto indipendente fondando nel 1992 una propria società di produzione, l’Office Kitano.

Violent Cop (1989), suo film d’esordio, è la storia di un poliziotto che non ha niente da perdere, impegnato in una lotta senza quartiere contro una potente banda di criminali e un efferato killer psicopatico.
Il film è il primo di una serie di pellicole legate al mondo della yakuza e interpretate dallo stesso Kitano. Sulla falsa riga si possono citare Boiling Point (1990), storia di un giovane che deve combattere suo malgrado un gruppo di delinquenti; Sonatine (1993), su una banda yakuza obbligata a trascorrere una sorta di vacanza sulle spiagge di Okinawa; Hana-bi (1997), storia del dolente amore di un uomo e della moglie malata terminale, inseguiti da una banda yakuza e da una coppia di poliziotti, che vinse il Leone d’oro al Festival di Venezia; arriviamo a Brother (2000), il cui protagonista è uno yakuza in trasferta negli Stati Uniti.

Takeshi Kitano
Takeshi Kitano

Pur in modi diversi si tratta di un insieme di film che riscrivono il genere yakuza allontanandosi sia dalla forma classica dei ninkyo eiga (prima tipologia che si concentra sul mondo yakuza) della Toei degli anni Sessanta, sia dal frenetico realismo di Fukasaku Kinji, rifiutando dei primi la mitologia del dovere e lo stoico senso di sopportazione degli eroi interpretati da Takakura Ken, e del secondo i freddi toni documentaristici.
La filmografia di Kitano si presenta nel suo insieme come un’opera fortemente coesa, e fondata su una dialettica di elementi tradizionalmente antitetici fra loro quali quelli di violenza e gioco, crudeltà e dolcezza o dramma e commedia.
Kitano punta su uno stile peculiare fatto di immagini statiche alternate a improvvise esplosioni di violenza, campi lunghi, ellissi o fuori campo, mentre sul piano sonoro è importante evidenziare i lunghi silenzi che assecondano l’afasia dei suoi eroi.
Un cinema in cui si respira tanto l’originalità e l’intensità espressiva dei maestri della tradizione giapponese quanto la libertà inventiva dell’universo dei manga, e che si traduce, come scrive Hasumi (noto critico cinematografico), in “straordinari momenti di cinema”.

Andrea Venuti